OpenUp Informa - agenzia di informazione
 
   
Feed rss
  L'intervista - 15/01/2010
   
 
Etica, determinazione e serenità nel bagaglio di un giovane imprenditore
Open Up incontra Andrea Pernigo di Just Italia
 
 
Open Up incontra Andrea Pernigo di Just Italia
     
     
  Andrea Pernigo

Nato a Verona nel 1971, sposato e con due bimbe, Andrea Pernigo è direttore amministrativo di Just Italia Srl, l’impresa di famiglia, società che si occupa di vendita diretta di prodotti per l’igiene e la cura del corpo. Vicepresidente del Gruppo Giovani di Confindustria Verona, ha una formazione tecnica e ha seguito numerosi corsi di management e di gestione d’impresa.


Entrato giovanissimo in azienda, è stato presidente e amministratore delegato di Natural Just, società di vendita diretta in Slovenia nel settore della cosmesi, per poi passare la mano una volta consolidata la struttura.
Maturate numerose esperienze imprenditoriali, ricopre oggi alcune cariche in una holding di partecipazione che controlla varie società nel campo dei servizi contabili e della logistica. Titolare e amministratore delegato di una società in ambito immobiliare, è socio di alcune società nel settore del benessere e della fornitura di lavoro temporaneo.


Tra gli altri interessi, è socio fondatore della Fondazione Just Italia onlus, una associazione che si occupa di finanziare iniziative di solidarietà sociale e di tutela ambientale. Da qualche anno inoltre si è appassionato alla produzione dell’olio d’oliva, e collabora con l’azienda agricola di famiglia.

 
 
 
     
     
   

È un leader ma ama lavorare in squadra, crede nel sacrificio e nella funzione sociale dell'impresa. Pensa che il confine tra le generazioni sia nello spirito, non nell’età. Si definisce onesto, curioso, libero. E ricco di passioni.

Andrea Pernigo, il 2009 per l’economia è stato un anno difficile che ha costretto le aziende a rivedere al ribasso i propri obiettivi, e il futuro appare altrettanto critico. Si sentirebbe di sottoscrivere questa affermazione molto diffusa tra gli imprenditori?

Niente affatto, non sarà facilissimo ma nemmeno drammatico. Auspico una crescita buona e non mediocre, anche se è inutile nascondere che non siamo certo in un ciclo economico normale. Per la nostra azienda l’anno si è chiuso molto positivamente, e per questo dobbiamo valutare con grande attenzione perché il mercato ci ha premiati, e non abbassare la guardia perché nulla ci possa sfuggire.

Insomma, l’imprenditore non deve mai sentirsi soddisfatto, neanche quando si va a gonfie vele?

Nell’impresa come nell’evoluzione ci sono quelli che si adattano e quelli che restano indietro, come i dinosauri: e anche se a volte crediamo di invidiare chi non fa mai un passo in più per paura di sbagliare, guai ad accontentarsi. Per questo dobbiamo essere grati per una buona stagione ma approfittarne per comprendere meglio i meccanismi della nostra azienda, per consolidarci, rinforzare la struttura, migliorare i processi.

Come si conciliano la responsabilità dell’imprenditore, la sua spiccata individualità con la crescente spinta a fare squadra?

È questa differenza che in fondo crea lo stile di un imprenditore. A me il lavoro di squadra piace e ne ho tratto ottimi risultati, ma bisogna che i ruoli siano chiari e condivisi: non importa se sei il proprietario, l’amministratore, il manager, devi essere rispettato per quello che fai. Anche il carisma conta: l’azienda si identifica in te la sintonia è maggiore. Ma poi se le dai la tua impronta, il tuo marchio, a lungo termine rischi di lasciare un vuoto, di non farla crescere. All’inizio una figura forte sa richiamare tutti attorno a sé, poi ci vuole una squadra che cresca prendendo spunto dalle idee del leader.

Si parla molto di etica in economia. Secondo la sua esperienza, è un incontro possibile? E come?

Etica e impresa sono due aspetti che non si possono distinguere, perché entrambi sono le risultanti dei valori che ti vengono trasmessi durante la tua formazione, e paradossalmente è difficile diventare un imprenditore etico se non lo sei già di tuo. È come con le regole: o le applichi oppure ti limiti a interpretarle se e quando ti fa comodo. Credo anche che l’impresa abbia una funzione sociale, con forti ricadute sui dipendenti e sul territorio. Nel nostro sistema economico l’azienda fa da tramite tra il benessere diffuso e i poteri pubblici del luogo in cui cresce e opera, e solo un profondo senso etico ti può guidare in questo percorso.

È possibile trasferire questo concetto dalla teoria alla pratica?

Senz’altro. Me ne rendo conto ogni volta che entro in azienda, sapendo che tra dipendenti diretti, collaboratori e indotto sono moltissime le persone che lavorano con noi. Sapere che così tante famiglie traggono dai nostri compensi la loro serenità ti gratifica e ti dà un’enorme responsabilità. L’etica è nella vita di tutti i giorni ma non deve diventare una moda. Per capirlo basta una semplice equivalenza: per essere giusto, quello che va bene a me deve andare bene anche per tutti loro.

Questa responsabilità rende difficile prendere decisioni?

No, farsi condizionare dalle proprie scelte sarebbe un errore altrettanto grave che ignorarne le conseguenze. Ci vuole un coraggio sereno, che si basa sulla convinzione di avere preso la decisione migliore, anche se è impegnativa e non se ne possono mai conoscere tutte le implicazioni.

Mi spieghi meglio il rapporto che lega l’azienda e il suo territorio: non stiamo parlando di beneficenza, ma è un vincolo molto stretto.

Credo all’azienda come comunità fatta di clienti, collaboratori, fornitori. Le faccio un esempio. Se ho bisogno di assumere qualcuno, mi faccio indicare chi è attivo sul territorio ed è affidabile e professionale. E quasi sempre resto soddisfatto della scelta. Bisogna muoversi per far succedere le cose. Ci vuole un punto d’incontro, istituzioni e aziende si devono fare avanti, da un lato devono essere meno invidiose e dall’altro non vergognarsi di aver bisogno di aiuto. La cooperazione serve a tutti, sia quando c’è crisi che quando la situazione è buona. E non parlo solo di occupazione, ma anche di servizi, degli acquisti, di professionalità. Anche l’attenzione al territorio, in fondo, favorisce il business.

Si dice che i giovani possono aiutare l’evoluzione di un sistema sociale ed economico bloccato. Qual è la sua opinione?

Il confine tra giovani e adulti è nello spirito, non nell’età: ci sono imprenditori anziani che quando hanno un’idea si buttano giù subito un appunto, mentre conosco dei trentenni che pensano già come i dinosauri di cui dicevo prima. Invece abbiamo tutti il medesimo compito: migliorare il mondo, o perlomeno provarci, dare di più, non accontentarci. Ma troppo spesso vedo spacciare l’imitazione per novità, quando invece innovare vuol dire ridiscutere i processi, cambiare senza stravolgere, ragionare in modo critico.

Quindi le nuove generazioni possono fare la differenza?

In teoria sì, certo. Ma a volte capita che siano proprio i più giovani a dormirsi addosso, e non è normale. Ce ne sono molti svegli, ma spesso abituati male: ma la colpa è degli adulti, che stanno addosso ai figli cercando di risparmiare loro gli errori e invece impediscono di crescere e di sperimentare. E manca ormai quasi del tutto l’insegnamento del valore del sacrificio, una componente determinante nella formazione dei giovani, come spiegano i grandi campioni, gli scienziati più innovativi e naturalmente gli imprenditori di successo.

Si impara più con la formazione o con l’esperienza sul campo?

Sono due aspetti dello stesso percorso, ma quello che si studia sulla carta va poi messo alla prova nella vita. Io ad esempio oltre a Just ho in mente altre idee di impresa: lascio la mente libera di spaziare ed è da questi altri modelli che traggo ispirazione. La creatività è in parte innata, ma in parte arriva da ovunque si possa imparare qualcosa, purché vi sia passione.

Provi a descriversi con tre aggettivi.

Onesto, curioso, libero. Onesto con me stesso e con gli altri, rispettoso dei ruoli e dei limiti. E siccome credo che l’onestà vada cercata entro i propri valori, non mi piacciono le scorciatoie, i compromessi e la mediocrità, ma neanche chi si vanta di essere un supereroe. Curioso lo sono di tutto. E libero perché continuo a cercare il bello e mi piace fare più cose in contemporanea: mi vedo come un sistema multitasking, come ci insegna la tecnologia.

E che cosa invece vorrebbe arrivare a essere?

Un giorno, guardandomi indietro, vorrei poter dire di me che sono stato una persona serena, perché ho fatto quello che desideravo, sono a posto con me stesso senza essere sceso a compromessi, ho messo passione e sacrificio nelle mie opere. Che sono stato un buon padre di famiglia e un buon imprenditore, capace di trasmettere valori e di rappresentare un punto di riferimento. E mi piacerebbe raggiungere una certa eleganza: no, non nel vestito esteriore, ma nello stile di vita, nell’essere stato me stesso.

C’è spazio per la cultura in un’azienda che vive di dati e risultati?

C’è, ed è uno spazio enorme perché non vedo in giro molti imprenditori illuminati, con il gusto insieme della tradizione e dell’innovazione culturale. Che non significa essere dei pozzi di scienza, ma sapersi circondare del bello per trarne suggerimenti e strumenti. Come tenere molti libri in ufficio e assorbire il loro influsso positivo, appendere dei quadri veri e non le solite stampe… Ma non è una caratteristica che si può imporre.

Se non fosse stato un imprenditore avrebbe scelto di fare…

Certamente il fotografo. Ho una grande passione per il mondo e mi sarebbe piaciuto poterlo girare, esplorarlo e ritrarlo in tutte le sue diversità, e amo i dettagli e i piccoli particolari.

A che cosa ha dovuto rinunciare per l’impegno in azienda, e a che cosa invece non rinuncerebbe mai?

Bé, ho dovuto fare a meno di un po’ di divertimento, che da giovani rappresenta un obiettivo e un orizzonte. Ma non vuol dire che non mi diverta facendo il mio lavoro: mi riferisco soprattutto alla parte di …entertainment. A cosa non rinuncerei mai? Mai e poi mai alla mia libertà intellettuale.

Che cosa si augura e cosa prevede per l’anno appena iniziato?

L’anno scorso è iniziato in modo drammatico e il nostro obiettivo era tenere le posizioni. Invece non solo abbiamo retto ma perfino guadagnato. Ma come ho detto non basta andare bene, bisogna capire perché, governare i processi per non lasciare che l’azienda sia vulnerabile. Mi auguro quindi di controllare i meccanismi di questo mercato che non comprendiamo, altrimenti saremo sempre a rischio senza sapere perché si va bene o male. Purtroppo non vedo grandi cambiamenti di marcia e mentalità. Peccato, perché la crisi sarebbe l’occasione per fermarsi a pensare e investire nella direzione giusta. Anche su noi stessi.


A cura di Stefano Tenedini

 
 
   
Precedente
 
OpenUp POst
 
   
  Ricerca Post
 
   
  Ricerca:
   
  Ricerca nel testo
(parole chiave)
 
   
  Ricerca per argomento
 
   
  Ricerca per mese/ anno
 
 
   
 
   
 
 
 
Ufficio e segreteria - Cassiopea srl Via Francia, 3 - 37135 Verona - Tel. 045 8622260 - Tiziana Angela Recchia 347 1513537
Fax 045 70931187 - Partita Iva 03228140236

 
 
 
  Torna ad OpenUp
     
  OpenUp
Torna al sito di OpenUp
e scopri tutti i nostri...
 
     
   
  > Torna ad OpenUp
Tornal al sito di Open Up